lunedì 11 giugno 2018

Catalogo 2018 - Raimondo Bonamici.



Raimondo Bonamici 2017


Catalogo 2018 pubblicato in italiano,
101 pagine illustrate mettono in luce la ricerca artistica dal 1988 al 2018,
con scritti di artisti e critici vicini a Raimondo Bonamici.







sabato 10 febbraio 2018

JANNIS KOUNELLIS




UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO

Dal 20 febbraio 2018

SENZA TITOLO 2005

JANNIS KOUNELLIS IN STATALE

Sarà esposta al pubblico nella sede centrale della Statale l’imponente opera di Jannis Kounellis, uno dei maggiori artisti del Novecento
e tra i massimi rappresentanti dell’Arte Povera.
L’opera è stata concessa in comodato gratuito
all’Ateneo dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Inaugurazione: lunedì 19 febbraio ore 17.30
La Fondazione Arnaldo Pomodoro e l’Università degli Studi di Milano si fanno promotori dell’iniziativa Jannis Kounellis in Statale, a un anno dalla scomparsa dell’artista.

Dal 20 febbraio, la sede centrale dell’Ateneo (settore didattico di via Festa del Perdono 3) ospiterà l’opera Senza titolo (2005) di Jannis Kounellis (1936-2017), concessa in comodato gratuito alla Statale dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro, che nel 2006 invitò l’artista ad allestire nel proprio spazio espositivo di Via Solari 35 a Milano, la grande mostra intitolata “Atto unico”, curata da Bruno Corà.

Senza titolo si presenta come una lunga putrella di ferro, montata in verticale, che occupa in altezza tutto lo spazio, dal pavimento al soffitto. Sulla sua sommità è adagiata una grande risma di fogli da disegno, che piegandosi naturalmente verso il basso formano una sorta di capitello.
Il ferro, come materiale grezzo e industriale e la struttura della putrella, come elemento che evoca la costruttività, ricorrono spesso nel lavoro di Kounellis, mentre i fogli da disegno rimandano all’attività tradizionale dell’artista.
Realizzata appositamente per gli spazi della prima sede della Fondazione Pomodoro e alta 540 cm, l’opera si inserisce perfettamente nell’architettura del nuovo spazio che la ospiterà in Statale, progettato da Piero Portaluppi nei primi anni Cinquanta. L'opera di Kounellis si aggiunge alle importanti testimonianze di arte del Novecento (da Wildt a Fontana) già presenti nella sede centrale dell'Università e va ad arricchire la collezione permanente d'arte contemporanea avviata negli ultimi anni grazie al progetto La Statale Arte, che comprende già i lavori di Nanda Vigo, Mikhail Ohanjanian e Paolo Icaro – il cui intervento è attualmente in corso - e che nasce proprio per valorizzare la suggestione del colloquio tra la monumentalità dell’architettura della Ca’ Granda e le interpretazioni del presente, favorendo la più ampia diffusione dell’esperienza artistica.
Questa iniziativa rappresenta una tappa fondamentale dell’attività della Fondazione Arnaldo Pomodoro, nell’ottica di far conoscere la propria collezione al di fuori degli spazi museali e dei luoghi solitamente adibiti a esposizioni d’arte, per rendere patrimonio di tutti l’arte contemporanea.

L’inaugurazione si terrà lunedì 19 febbraio, ore 17.30, alla presenza di Gianluca Vago, rettore dell’Università degli Studi di Milano, di Filippo Del Corno, assessore alla Cultura del Comune di Milano e di Carlotta Montebello, segretario generale della Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Seguirà, in Aula Magna, la proiezione del film Atto unico di Jannis Kounellis, girato da Ermanno Olmi durante l’allestimento della mostra del 2006. Al termine interverranno Arnaldo Pomodoro e i professori Raffaele De Berti e Giorgio Zanchetti.





JANNIS KOUNELLIS IN STATALE

Inaugurazione : lunedì 19 febbraio 2018 ore 17.30

Università Statale di Milano
Ritrovo nell’ Atrio dell’Aula Magna
Via Festa del Perdono 7
Esposizione permanente
Dal 20 febbraio
Università Statale di Milano
Settore didattico (atrio aula 113)
Via Festa del Perdono 3
Orario: dal lunedì al venerdì 9-19
Ingresso libero

Ufficio stampa Fondazione Arnaldo Pomodoro









mercoledì 27 dicembre 2017

Fino al 7 gennaio Kounellis "Impronte" nelle sale di Palazzo Poli Roma




L’Istituto Centrale per la Grafica presenta nelle sale di Palazzo Poli Roma, la mostra KOUNELLIS IMPRONTE dedicata all’opera grafica del Maestro recentemente scomparso. L’artista, protagonista indiscusso di un’arte che ha rivoluzionato il linguaggio pittorico a partire dagli anni Sessanta, aveva personalmente scelto le opere da esporre e si accingeva a seguirne l’allestimento quando è venuto a mancare il 16 febbraio scorso. Sulla base delle scelte stilistiche esercitate dal Maestro e per sua espressa volontà, l’Istituto, in accordo con l’Archivio Kounellis, espone nella mostra a cura di Antonella Renzitti, l’ultimo lavoro grafico realizzato nel 2014 con la Stamperia d’Arte di Corrado e Gianluca Albicocco di Udine e due cicli di opere, The Gospel according to Thomas del 2000 e Opus I del 2005, entrambi realizzati a Jaffa con la stamperia israeliana Har-El Printers & Publisher. Il libro d’artista The Gospel according to Thomas con le dodici terragraph costituisce una rivisitazione dell’artista del rapporto tra l’arte contemporanea e il Sacro e “mostra un disegno di aspra elementarità ma di forza arcaica e linguisticamente primaria. Le matrici con la sabbia rossa avevano messo in risalto una serie di segni emblematici e carichi di evocazioni spirituali. Partito dal disegno di un cerchio nella sabbia a simbolizzare la comune matrice spirituale a cui Tommaso e Gesù appartenevano, successivamente lo aveva diviso verticalmente nel mezzo assegnando a ciascuno la metà.Disegno e scrittura, entrambi quasi sillabati, distinguono queste dodici opere dove Kounellis chiama in causa la divisione tra l’anima e il corpo, il rapporto tra uomo e universo, tra pesci e uccelli, alberi della conoscenza e pietre filosofali, costellazioni e oggetti degli uomini: la luce di una lampada a petrolio (da Guernica) e una casa volante come tensione all’ascensione nello spazio libero dello spirito. L’ultima tavola evoca i ventiquattro profeti d’Israele, umani propugnatori della virtù etica e morale” (Bruno Corà). Il lavoro del 2014 è un ciclo di dodici stampe al carborundum (polvere di ferro), di grande formato, con l’impronta del cappotto nero, “saio laico dell’uomo del ‘900”, trovato come di consueto nel mercatino dell’usato, che perde ogni tipo di forma e costituisce una impronta “di memoria, indicazione di umanità”. “Il cappotto è fisicamente lì, non è rappresentato. L’impronta in resina lasciata sulla lastra essiccandosi ha trattenuto la polvere di ferro distribuita sopra.

Si è creata così una superficie ruvida in rilievo che trattiene l’inchiostro e lo trasferisce, per mezzo del torchio, sul foglio di carta da incisione. Riaffiora, a distanza di anni, la suggestione sedimentata delle impronte del suo maestro di Accademia Toti Scialoja che in quegli anni dipingeva, con stracci e stoffe, quadri “come tracce di vita” (Antonella Renzitti). Opus I è un portfolio di 47 fotolitografie, una summa in grafica di quarant’anni di ricerca artistica; la rivendicazione dello spazio della drammaticità dentro l’arte; la cultura mediterranea radicata nel mito e nella tragedia che s’incarnano nella storia; le carboniere e il loro contenuto; il tema del viaggio, fatidico rimando a quello di Odisseo «non una crociera nel Mediterraneo, ma un viaggio in verticale, nel profondo, scaturito da una guerra scatenata dal possesso di una donna», affermò Kounellis in un’intervista. Del portfolio si espongono 24 fogli.

La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’Archivio Kounellis e della Stamperia d’arte Albicocco, con il prezioso sostegno di Bruno Corà.

Nel volume, edito da Gli Ori, oltre agli interventi di Federica Galloni e Maria Antonella Fusco sono presenti i saggi di Bruno Corà, Roberto Budassi e Antonella Renzitti e la testimonianza di Gianluca Albicocco. L’edizione è stata resa possibile grazie al sostegno della Direzione Generale per l’Arte, l’Architettura Contemporanee e le Periferie Urbane del MiBACT, diretta da Federica Galloni.

 Jannis-Kounellis-Senza-titolo-2014-carborundum-allestimento-Istituto-centrale-per-la-grafica-Palazzo-Poli-Riproduzione-fotografica-Stefano-Tubaro.

Jannis-Kounellis-Opus-I-47-2003-2005-fotoserigrafia-Foto-originale-Magdalena-Martinez-Franco-Riproduzione-fotografica-Antonio-Idini.






Via Poli,54
Roma
Tel. 0669980242
www.grafica.arti.beniculturali.it








giovedì 10 agosto 2017

HANS HARTUNG - PERUGIA.


 
 
PERUGIA

GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA

DAL 24 SETTEMBRE 2017 AL 7 GENNAIO 2018

 LA MOSTRA

HANS HARTUNG

POLITTICI


La rassegna presenta 16 opere di grandi dimensioni articolate in scomparti – come i polittici della Galleria Nazionale dell’Umbria – definiti Polyptiques dall’artista stesso e accompagnate da 40 lavori su carta

Dal 24 settembre 2017 al 7 gennaio 2018, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia ospita una mostra che celebra HANS HARTUNG (Lipsia, 1904 - Antibes, 1989), una delle figure di spicco dell’astrattismo europeo del Novecento.

La rassegna, curata da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, organizzata in collaborazione con la Fondation Hartung-Bergman di Antibes, presenta 40 lavori su carta e 16 dipinti di grandi dimensioni, realizzati tra 1961 e 1988 (sei dei quali mai esposti prima) e a Perugia mostrati per la prima volta tutti assieme come serie.


Hans Hartung, Senza titolo, 1975, acrilico su cartone, 39.2 x 119 cm,
Collezione Fondazione Hartung-Bergman

 
 
Hans Hartung, Senza titolo, 1975, acrilico su cartone, 39.2 x 119 cm,
Collezione Fondazione Hartung-Bergman
 
 

    Hans Hartung, T1983-E14-E15-E16-E17-E18-E19 HEXAPTYQUE, 1983,
 acrilico su tela, 150 x 210 cm, Collezione Fondazione Hartung-Bergman



HANS HARTUNG. Polittici
Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria (corso Pietro Vannucci, 19)
24 settembre 2017 – 7 gennaio 2018

Informazioni: Tel. 075.58668415
Orari: da martedì a domenica, 8.30-19.30; lunedì 12.00-19.30
Biglietti (Galleria Nazionale dell’Umbria + mostra): Intero, € 8,00; ridotto, € 4,00.






 

giovedì 1 giugno 2017

VINCENZO AGNETTI - A cent’anni da adesso, MILANO, PALAZZO REALE


VINCENZO AGNETTI
A cent’anni da adesso

MILANO, PALAZZO REALE

4 LUGLIO – 24 SETTEMBRE 2017


Mostra antologica curata da Marco Meneguzzo con l’Archivio Agnetti, che racconta la vicenda creativa di uno dei maggiori esponenti dell’arte concettuale degli anni Settanta.
Dal 4 luglio al 24 settembre 2017, Palazzo Reale di Milano ospiterà la rassegna antologica dedicata a Vincenzo Agnetti (1926 – 1981), l’artista concettuale italiano che ha trasformato la parola in immagini iconiche e l’immagine in poesia.
La mostra A cent’anni da adesso, promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Archivio Agnetti, curata da Marco Meneguzzo insieme all’Archivio Agnetti, ci invita, attraverso un’analisi critica e “sentimentale”, a riscoprire l’universo artistico di Vincenzo Agnetti cogliendone l’originalità, il rigore critico, la poetica e la straordinaria contemporaneità.
Sono esposte più di cento opere, realizzate tra il 1967 e il 1981, che nel loro insieme restituiscono un’immagine chiara del percorso dell’artista: la sua tensione poetica e visionaria, lo spiccato interesse per l’analisi dei processi creativi e per l’arte come statuto, il suo ruolo di investigatore linguistico e di sovvertitore dei meccanismi del potere, inclusi quelli della parola scritta, detta, tradotta in immagini limpide ed evocative, perché per Agnetti tutto è linguaggio: “Immagini e parole fanno parte di un unico pensiero. A volte la pausa, la punteggiatura è realizzata dalle immagini a volte invece è la scrittura stessa”
La parola in tutte le sue opere non si limita dunque ai rapporti semiologici, come spesso accade nell’arte concettuale di quegli anni, piuttosto realizza immagini, suggerisce indagini, costruisce narrazioni. Agnetti utilizza il paradosso visivo e concettuale per creare cortocircuiti interpretativi pronti per essere elaborati e rivisitati dall’osservatore, affidando al pensiero di chi guarda lo sviluppo e il senso di quanto ha scritto e immaginato. Per lui è sempre stato importante che il visitatore continuasse a vedere la mostra, con gli occhi della mente, anche dopo essere uscito dalla galleria.
“Con questo appuntamento riscopriremo uno dei più grandi artisti concettuali – afferma Marco Meneguzzo - Il suo concettualismo è diverso da quello anglosassone, americano, e anche da quello europeo; quello di Vincenzo Agnetti ha un risvolto metafisico e letterario, pieno della nostra cultura, vorrei dire mediterraneo, se oggi questo aggettivo non apparisse riduttivo”.
La parabola artistica di Agnetti è stata breve, muore a soli 54 anni nel 1981, ma così intensa e tumultuosa da rendere difficile tenerne le tracce in maniera compiuta. Per questo, forse, è in realtà ancora poco conosciuto e quindi da riscoprire nella sua poliedrica complessità; la mostra A cent’anni da adesso va in questa direzione.
L’esposizione ripercorre il sentiero mentale di Agnetti, non sempre affidandosi alla cronologia ma privilegiando il filo logico del discorso artistico che impone associazioni e salti tra periodi diversi per condurre il visitatore tra le pieghe del processo creativo.
In mostra non potevano mancare i lavori più noti:

 -Quando mi vidi non c’ero il suo Autoritratto: feltro grigio inciso a fuoco e colorato in compagnia di altri feltri, Ritratti e Paesaggi.

-Gli Assiomi: bacheliti nere incise con colore a nitro bianco che, attraverso paradossi, tautologie, illuminanti sintesi di pensiero, sono il contrappunto analitico della sua produzione.

-Il Libro dimenticato a Memoria, l’opera che maggiormente sintetizza la sua ricerca sulla memoria e la dimenticanza.
-La Macchina Drogata, la calcolatrice Divisumma 14 della Olivetti i cui numeri sono stati sostituiti con altrettante lettere dell’alfabeto, facendo seguire ad ogni consonante una vocale in modo che tutte le parole ottenute casualmente dalle operazioni, anche se prive di senso logico, fossero comunque supporto di intonazione, Da semplice calcolatrice incapacitata a svolgere la sua funzione diventa produttrice di opere d’arte dal forte impatto pittorico e iconico. E accanto alla macchina drogata troviamo infatti una parte della sua produzione: semiosi, comete, dissolvenze e la bellissima istallazione dell’Apocalisse.
Tra i lavori esposti si potrà ammirare la stanza dedicata all’Amleto Politico: 60 bandiere di tutte le nazioni del mondo che contornano il palco da cui l’Amleto di Agnetti arringa la folla, il monologo di questo Amleto Politico recitato dalla straordinaria voce di Agnetti che riesce a far parlare i numeri come fossero un discorso, perché l’Amleto Politico, come la macchina drogata e altre sue opere, è un’operazione di teatro statico.
Trovano posto molti dei suoi lavori più significativi fatti utilizzando la fotografia: alcuni più noti come l’Autotelefonata, Tutta la Storia dell’Arte in questi tre lavori, l’Età media di A, altri meno noti quali Architettura tradotta per tutti i popoli e altri quasi mai visti come Riserva di caccia.
Sull’uso della fotografia sono esposte opere frutto di procedimenti alterati e interrotti che esplicitamente alludono al rapporto mezzo-messaggio. Le Photo-graffie, carte fotografiche esposte alla luce e graffiate a raffigurare i paesaggi della mente occupano un posto particolare: sono tra gli ultimi lavori e tra essi troviamo Le Stagioni, accompagnate dalla poesia I dicitori, che inaugura un nuovo corso di Agnetti, più lirico e poetico.
Non poteva mancare una stanza dedicata all’istallazione 4 titoli surplace: quattro grandi sculture i cui titoli sono rappresentati da fotografie che sono quattro scatti di momenti della sua performance La lettera perduta. Una di queste è stata scelta come immagine della mostra.

Molti sono i lavori importanti che non riusciamo a citare tra questi le opere che rimandano alla sua ricerca sul tempo, una per tutte XIV-XX secolo, quattro affreschi del quattordicesimo secolo su cui Agnetti è intervenuto con scritte lapidarie.
Infine citiamo il sodalizio con alcuni grandi artisti per i quali ha scritto e con i quali ha collaborato tra cui Manzoni, Castellani, Melotti, Claudio Parmiggiani, Gianni Colombo e Paolo Scheggi con cui ha firmato il Trono, lavoro a quattro mani di grande forza visiva e concettuale che sarà esposto proprio a Palazzo Reale per la prima volta dopo quasi 50 anni dalla sua prima esposizione a Roma.

Vincenzo Agnetti nasce a Milano il 14 settembre del 1926, si diploma all’Accademia di Brera e prosegue gli studi alla Scuola del Piccolo Teatro. Dall’età di 20 anni scrive poesie e si sperimenta nel campo della pittura informale che presto abbandona disperdendone le tracce.

Dalla fine degli anni ’50 agli inizi degli anni ’60 la frequentazione di pochi amici tra cui Castellani e Manzoni gli permette di condividere ideali, progetti e aspirazioni artistiche. Nel 1959 pubblica per la rivista Azimuth i suoi primi “scritti proposizionali”, Non commettere atti impuri, la prefazione alle Tavole di Accertamento e l’Intervento per la Linea di Piero Manzoni. Nel 1962 inizia il suo periodo sudamericano dove lavora nel campo dell’automazione elettronica. E’ il periodo che egli definisce liquidazionismo arte no e di cui sono testimonianza i suoi quaderni di appunti dal titolo l’Assenza. Nel 1967 ritorna in Italia, continua la ricerca nel campo della critica dell’arte con alcuni scritti per amici artisti come Castellani e Melotti e con brevi saggi teorici sia pubblicati su riviste che recitati in monologhi. Sempre nel 1967 da inizio alla sua produzione artistica che si svilupperà con una intensità e una ricchezza che solo la premonizione di una fine prematura poteva spiegare. La produzione di opere si sussegue a un ritmo vorticoso che non impedisce ad Agnetti di spiegarne il senso con riferimenti precisi alla struttura e alla sua genesi.

Nel 1968 inaugura con il romanzo Obsoleto la collana Denarratori di Scheiwiller, con la copertina di Enrico Castellani e pubblica un’autoedizione della Tesi, che vedrà le stampe solo nel 1970.

Intanto Agnetti riparte per lavoro, prima in Norvegia e poi in Qatar, esperienze brevi ma che alimentano la sua attività artistica. L’avvicendarsi di mostre e di sue presenze nelle rassegne internazionali lo spingono a cimentarsi con tipologie di lavoro che utilizzano estetiche differenti pur continuando uno stesso discorso. Dal ‘73 apre uno studio anche a New York, dove vivrà in modo intermittente, iniziando quel pendolarismo Milano-Grande Mela che sarà un motore di ispirazione importante della sua attività. Il 1 settembre 1981 muore improvvisamente a Milano lasciando un’opera incompiuta Il Lucernario e alcuni versi, scritti poco prima a New York, che terminavano così: Prima della breve sera / torneremo alle armi / Saremo in Terra in Sole in Aria. / Poi col suonatore di fiori. Forse.

L’ingresso alla mostra è libero. Il percorso espositivo inizia al piano terra di Palazzo Reale con un bookshop - sala di lettura aperto ai visitatori della mostra ‘VINCENZO AGNETTI. A cent’anni da adesso’ e ‘Giancarlo Vitali. Time Out’.



 
 Vincenzo Agnetti, Autotelefonata (yes), 1972 (40 x 126 cm)
Courtesy Collezione Emilio e Luisa Marinoni

 
 

Vincenzo Agnetti, Assioma,
 La luce era la più lenta perchè anche il vuoto riusciva a frenarla, 1971 (80 x 80 cm).
 Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

 
 
Vincenzo Agnetti, Autoritratto, 1971 (120 x 80 cm).
 Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti
 

 
 
 Vincenzo Agnetti, Progetto per un Amleto politico, 1973 (Mart).
 Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti. Foto di Salvatore Licitra

 

 Vincenzo Agnetti, Surplace, 1979.
Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti
 
 
  
 Vincenzo Agnetti, Ritratto di amante, 1971 (80 x 120 cm).
Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

 
 

Vincenzo Agnetti, Assioma,
The word stripped of ambiguity of language becomes a universal tool,
1971 (70 x 70 cm). Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti
 



 Milano, maggio 2017

VINCENZO AGNETTI. A cent’anni da adesso

Milano, Palazzo Reale

4 luglio – 24 settembre 20

Ingresso gratuito

Orari:

lunedì: 14.30-19.30
martedì, mercoledì, venerdì e domenica: 9.30-19.30
giovedì e sabato: 9.30-22.30
(ultimo ingresso un’ora prima della chiusura)


Siti internet:

www.palazzorealemilano.it
www.vincenzoagnetti.com








sabato 27 maggio 2017

RAIMONDO BONAMICI - Orphaned forms - Project Public Art European - Brussels.



Project Public Art European EU funded Projects

RAIMONDO BONAMICI

Orphaned  forms

2 - 24 - 06  -  2017

Rue Traversière,3 Brussels,1210
BELGIUM


The surface is a permanent gatherer of energy attracting shapes and images indulged, time after time, in the space where the black is situated and it refers to mental states and conditions formed in their entirety. The language through the schematic use tends to lend itself with the same universal feeling of representation as it concerns each different shape, finds the appropriate setting in the surface, in compliance with a memory belonging to art, searching for a rivalry with reality; rather it retreats into the typical place of its creation, in the unattainable recesses of an imagination that does not deal anymore with clashes against the world but instead remains within the shape (...)


Raimondo Bonamici’s painting expands throughout the primary space, organizing the surface of the work by using black and white. Black is made accomplice how the shadow is for darkness, it enters into infinity, searching for light that makes it living, joining it to explore the deepest resonances in the imagination, on the invisibility of the painting itself, abandoning the white surface in the absolute silence, through the contin uous dialogue that characterizes the beginning of Bonamici’s research. Bonamici radicalizes the meaningful action by using the surface as a mean and not as an end; in this manner shapes morph into an aggregation point of various, conceptual and mental elements which are related among them. Any shape complies with a work, a continuous image (...)

In 2016 Bonamici is able to stimulate our capacity of understanding and to instil collective memories, dreams and visions through common circular shapes. These simple motifs constitute his repertoire of works. In this repertoire, when many of his works are placed together, it is not the picture itself, but the World to open up, and this is what Bonamici is interested in (...)

ARCHITECTURE AND ART – HAMBURG 2013. The artist Raimondo Bonamici is awarded the Free art in the free world 2013 prize for his project “Io appartengo alla terra” (I belong to Earth). For the message contained in his work which is the result of his exclusive intellectual, conceptual and professional dedication. For the authority he shows to express, through his work, the widest thought of freedom.



Raimondo Bonamici: Orphaned  forms,  2017. 
Mixed media installation, variable dimensions.


Raimondo Bonamici: Orphaned  forms,  2017. 
Ultrachrome ink on cotton paper 2 parts,  200 x 150 cm each / Edition of 2.


Raimondo Bonamici: Orphaned  forms,  2017. 
Ultrachrome ink on cotton paper,  100 x 150 cm / Edition of 3.




Rue Traversière,3 Brussels,1210
BELGIUM

www.archivioarb.it

Ingresso gratuito
Orari:
lunedì: 14.30-20.30
martedì, mercoledì, venerdì: 14.30-20.30
giovedì e sabato: 16.30-20.30