martedì 23 ottobre 2018

L’INTERVISTA - HAEBEL & IL FRATTALISMO.


HAEBEL - “Isola” - Gesso su lavagna - 1987

IL CAOS CREATIVO - INCHIESTA ARTE E FRATTALISMO 

A cura di ANTONIO FRESA

Arte e Scienza possono convivere, collaborare, integrarsi? Un’indagine compiuta a livello internazionale rivela le “potenzialità” del frattale. E’ il primo passo di un’interazione o una vera e propria svolta? I protagonisti raccontano…

L’INTERVISTA
HAEBEL & IL FRATTALISMO

FRACTUS ERGO SUM
CONVERSAZIONE A TUTTO CAMPO SU FRATTALISMO E DINTORNI COL MAGGIORE ESPONENTE ITALIANO DI QUESTA CORRENTE ARTISTICA..

I Frattali e l’Arte. Come si articola questo “strano” rapporto?
Non sempre il mio percorso artistico coincide con quello delle altre personalità del settore, i cui itinerari sono illustrati nel libro “Fractus” da me curato. Per quanto mi riguarda, non penso che il rapporto tra frattali ed arte sia strano. L’arte può essere messa in relazione a qualsiasi altra disciplina, purché ci siano alla base contenuti trasferibili. La giovane geometria frattale si è affermata come strumento di simulazione, mediante modelli teorici visualizzati, con forme similari a quelle della natura; la mia attenzione si è accentrata sulla possibilità di penetrare in “altre” dimensioni - come è noto la geometria frattale, a differenza di quella euclidea , concepisce dimensioni di grado frazionario e non intero. Inoltre, è stato per me motivo di stupore il comportamento catalizzante degli attrattori che, primeggiando nel caso, determinano forme d’ordine: ad esempio, si pensi ad immagini che si arrotolano, in pieghe entro pieghe, fino all’infinito. Ai fini della trasposizione e la rappresentazione delle immagini che ho mutuato dalla geometria frattale, faccio sovente riferimento a elementi e a figure che, pur propagandosi all’infinito, si ripetono in una commistione tra ordine e caos, quasi rinnovandosi ogni volta a nuova vita.

La vecchia ma sempre irrisolta polemica delle due culture può trovare con l’avvento del frattalismo un significativo punto d’intesa?

Non è il caso di ripercorrere qui la storia dell’arte e delle scienze; è sufficiente ricordare che, nel corso del tempo, le due culture hanno sempre assunto un atteggiamento prevaricatorio. Quando sono poi emerse le possibilità per una fattiva collaborazione, si è stabilito un “dialogo tra sordi”. Oggi, le scienze stanno mettendo a punto scoperte che coinvolgono tutto lo scibile umano e che modificano l’attuale realtà grazie all’utilizzo del computer grafico che ha la capacità di trasformare il progetto matematico in immagini. Tale aspetto è, a mio parere, la nuova e piò importante scoperta culturale emersa negli ultimi tempi. L’ arte, invece, vantando uno specifico intoccabile e fondando il suo statuto sull’immaginario, ha sempre rifiutato l’uso del computer, anche solo come strumento di conoscenza. La geometria frattale, per le sue molteplici implicazioni, ha trovato rispondenza anche nel campo dell’estetica sia per lo studio di forme naturali che di nuove e insospettabili situazioni spaziali. Tutto cjò ha favorito la possibilità di un significativo punto d’intesa tra attività artistica e scientifica ed ha anche consentito di avviare un progetto in comune: dare senso alla trasformazione della realtà, scambiandosi influenze reciproche, pur rimanendo autonome. Tali presupposti non bastano, essendo necessarie idonee strutture e l’integrazione trans-disciplinare per la realizzazione di questo progetto. Il “laboratorio dell’arte”, come quello scientifico, dovrebbe uscire dal suo ambito chiuso e isolato per avvalersi dei mezzi tecnologici e dell’esperienza di operatori specifici e di varie aree culturali. 

E’ possibile interpretare il frattalismo come la sintesi della multimedialità della cultura contemporanea? 

Ritengo che si possa fare cultura con qualsiasi modalità, purché vi sia integrazione tra valori trasferiti e mezzi espressivi. Perciò l’introduzione della multimedialità nella cultura contemporanea rappresenta senz’altro un passo avanti per l’esplorazione di nuovi orizzonti per le arti visive. L’esperienza frattale rappresenta il punto di incontro tra la creatività umana e l’intelligenza artificiale. Il suo trasferimento in campo artistico ha bisogno di espansioni diverse che soltanto tecnologie avanzate possono visualizzare.

La realtà virtuale, di cui tanto si parla, può trovare nel frattalismo un momento di incontro (al tempo stesso artistico e scientifico)?

Non è difficile in queste due nuove realtà riscontrare dei punti in comune, anche se il loro cammino è ancora parallelo. Sicuramente in futuro le due esperienze si potranno in qualche modo complementare. Il calcolatore, ad esempio, ha la possibilità di trasformare il progetto matematico in immagini e permette di verificare e approfondire non solo il visibile ma di rivelare anche il non percettibile. L’attuale parallelismo è dovuto alla loro svolta concettuale: mentre il virtuale elabora nel puro campo dell’immaginario, il frattalismo, pur partendo dagli stessi presupposti, si attiene all’analisi della struttura della natura e quindi più strettamente alla realtà. Un punto di contatto tra realtà virtuale e frattalismo potrebbe perciò essere rappresentato dalla creatività dell’artista. L’aspetto scientifico è invece ancora tutto da esplorare e perciò è difficile fare previsioni. 

Caos e Frattalismo è possibile conciliare la questione “filosofica” dell’indeterminazione? 

Debbo subito evidenziare che il mio razionalismo intellettuale è fortemente attratto dal rigore delle discipline scientifiche dalle quali mi è possibile trarre quelle certezze conoscitive che mi danno la tranquillità di agire e operare. Questa esigenza è attualmente emersa in modo prepotente e, da ogni parte, si stanno formando correnti di pensiero che analizzano le nuove realtà determinate dalle recenti scoperte scientifiche e tecnologiche. Ciò giustifica il progetto artistico di riconciliazione con le scienze che in sintesi può articolarsi nelle seguenti argomentazioni: volontà di acquisire certezze per uscire dalle innumerevoli indeterminazioni che ci circondano; rifondazione culturale del sapere; aperture trans-disciplinari; sperimentalismo con l’uso di strumenti tecnologici. Come già detto, il caos coesiste con l’ordine come l’ordine col caos. La geometria frattale sta indagando su questo aspetto poiché studia, attraverso sistemi complessi, i processi caotici e la loro stabilizzazione. La geometria frattale ci dà la possibilità di indagare i confini del “perfetto-imperfetto” (frontiera del caos), penetrandone, attraverso i concetti della ripetitività e dell’autosomiglianza, i misteri ad essi connessi ed esaltando le nostre possibilità percettive. Altrettanto entusiasmante è l’”avventura spaziale” che si ottiene dallo studio degli attrattori caotici; anche tale indagine ci porta alla coscienza dell’ordinabilità del caos, associata al concetto dell’equilibrio tra ordine e disordine, tra il conoscibile e l’ignoto. 

Il frattalismo è un fenomeno avvertito e vissuto su scala internazionale? Quali sono in questo senso gli esempi più concreti?

Sono lieto di tale domanda, in quanto mi è data la possibilità non solo di esporre
Il mio convincimento operativo sulla ormai estesa divulgazione del pensiero frattale nel campo artistico, ma anche di far serenamente riferimento al libro “Fractus” da me curato, nel quale sono esposte numerose e qualificate testimonianze di questo fenomeno. Ho evidenziato un ampio ventaglio operativo di artisti internazionali che ho avuto il piacere di contattare nel corso della mia ricerca. Il criterio di scelta deriva esclusivamente dall’intenzione di mettere in evidenza le possibilità di applicazione sul piano estetico dei principi della nuova geometria. Nel volume ho aggiunto numerose testimonianze di autorevoli personalità e ho evitato ogni commento, non per una questione di comodo, ma affinché, attraverso la lettura, ognuno possa trarre le proprie conclusioni. Ritengo ingeneroso citare degli esempi, in quanto gli artisti e i gruppi -dal Brasile alla Francia , dall’America alla Germania - hanno espresso una scelta di aspetti particolari nel mondo frattale, in funzione del loro sentire e della loro capacità artistica che si è naturalmente risolta nell’accogliere metodologie diverse.

Pubblicato da: “ARTE & CARTE” - Anno III - N° 11 - Marzo/Aprile 1993

Il Mezzogiorno Editore - Napoli



 Camera luminosa 4000 x 4000 x 4000 cm, ferro tubolare,
                  giunti snodabili, plexiglass, specchi, pannelli in forex 1997, opera dispersa.


ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI
COMITATO NAPOLETANO DELLA SOCIETA’ DANTE ALIGHIERI

Palazzo Serra di Cassano
Napoli - Via Monte di Dio,14

INTERVISTA A HAEBEL
Protagonista dell’arte frattale in Italia

di Giudi Scotto Rosato

L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Via Monte di Dio, 14 – Napoli) ospiterà il 5 ottobre la presentazione della monografia: Haebel: dal nucleare al frattale 1953/2003 a cura di Domenico Natale. Sarà presente l’artista che esporrà le sue opere. Relatori: Luigi Campanella, Domenico Natale, Giudi Scotto Rosato, Presiede Matteo D’Ambrosio. Seguirà alla presentazione una esibizione di musica frattale.


STRALCIO DALL’INTERVISTA

Mi racconta il percorso attraverso il quale è approdato alla geometria frattale?

Meraviglia, curiosità, e casualità costituiscono il motore del mio percorso, mi sono sempre interessato di varie geometrie, ma il punto di svolta è stato la lettura del libricino di Benoit Mandelbrot Gli oggetti frattali. Forma, caso e dimensioni.Lo feci con molta attenzione e mi accorsi che c’era qualcosa importante, di rivoluzionario; finalmente una geometria in grado di penetrare in “altre” dimensioni, concependo a differenza di quella euclidea, dimensioni di valore frazionario e non intero. In particolare, lavorando al computer grafico, verificai che il segmento AB – definito da un numero intero – si allungava e si accorciava se iterato con numeri decimali, ripeto, siccome sono curioso, cominciai a fare delle prove, degli esperimenti e ogni volta che inserivo nell’algoritmo delle cifre frazionarie il segmento si dilatava, creando delle forme interne simili a cunei; allora capii che veramente avevo imbroccato una strada nuova, inusitata. La geometria euclidea non mi dava alternative: il segmento AB è bidimensionale e basta, mentre il frattalismo mi permise di trovare forme diverse. In seguito a questi studi, decisi di conoscere Mandelbrot per confrontarmi direttamente con lui. Lo incontrai alla Accademia dei Lincei a Roma e parlargli fu per me estremamente fecondo: mi descrisse le incredibili potenzialità della geometria frattale, mi incoraggiò e autografò anche una copia del libro che stavo scrivendo in quel periodo. Il colloquio mi consentì di comprendere la “grandezza” dell’uomo e la straordinarietà della sua scoperta…


Il suo incontro con gli studi di Mandelbrot, quindi con la formalizzazione scientifica della geometria frattale ha costituito un incipit o piuttosto un input per la metabolizzazione di questo nuovo campo metaforico attraverso il quale filtrare la realtà?

…La metabolizzazione è soprattutto scattata con la conoscenza degli studi di Mandelbrot che mi hanno permesso di capire quanto il mio lavoro precedente fosse frattale. Nelle ricerche sull’Onda, ci sono ad esempio delle modalità omotetiche che potrebbero essere definite paleo-frattali, insomma, sono sempre stato frattale inconsapevolmente. Mandelbrot ha scoperto il mondo dei frattali in quanto uomo di scuenza, io ho incrociato la sua strada seguendo, fidandomi della mia sensibilità di artista ; fin dagli anni dell’Accademia, ho orientato la mia pittura verso l’inusitato, la novità…ma mai fine a se stessa. E, incanalato in questa direzione, ho iniziato a percepire i sintomi di un nuovo paradigma. Spinto dalla possibilità di realizzare inconsueti progetti, ho sempre ricercato inediti strumenti attraverso i quali filtrare la realtà. Quando ho letto il libro di Mandelbrot, ho potuto “formalizzare” la mia posizione di artista, acquistando la consapevolezza di avere un’anima frattalista, vale a dire non solo ho vissuto, ho avvertito i cambiamenti in atto, ma li ho anche conosciuti.

Qual è il ruolo della creatività nell’arte frattale?

La componente scientifica è presente nel mio lavoro solo nella fase dello studio, ossia nel progetto analitico di tipo matematico, a me interessa rilevare quali meccanismi scattano quando compio determinate operazioni, cogliere l’idea iniziale; il mio obiettivo non è riprodurre l’immagine realizzata dal computer, ma partire da essa, tradurre in termini artistici quella che è soltanto una “parvenza embrionale” prodotta dal calcolatore. Dopo la fase dello studio, mi metto alla tela e faccio l’artista, l’atto creativo non è assolutamente mortificato in quanto rimane protagonista indiscusso del mio operato. Io certamente mutuo dalla più sofisticata logica della scienza importanti concetti, tuttavia le finalità e in parte anche le metodologie restano differenti, per me sarebbe impossibile ripetere un quadro, mentre la ripetitività è un valore fondante dell’operato scientifico. Il momento analitico costituisce esclusivamente un’esperienza sulla base della quale compio le mie scelte artistiche, creative. Attraverso la geometria frattale, l’artista non rappresenta semplicemente o efficacemente la natura, bensì crea il suo contenuto di rappresentazione…

Dunque non è limitante in termini di creatività , il ruolo funzionale del computer?

Ho elaborato un approccio personale e soggettivo al frattalismo, coniugando le opportunità offerte dai nuovi mezzi tecnici con il lavoro più intensamente pittorico. Non penso che sia limitante realizzare un quadro anche attraverso l’utilizzo del computer. Anzi, nella mia esperienza di artista, questo strumento ha costituito un valore aggiunto. Modificando i parametri di partenza dell’algoritmo, si costruiscono forme inedite e diverse: “navigo” al loro interno sino a coglierne i punti di maggiore suggestione e valenza immaginifica, e da questi realizzo pittoricamente i soggetti, filtrandoli attraverso la mia esperienza, la mia sensibilità, la mia creatività…

Qual è il futuro dell’arte frattale? Ci sono i presupposti per abbandonare definitivamente i confini distintivi che hanno caratterizzato tradizionalmente il rapporto tra letteratura, arte e scienza e riconoscere il processo di osmosi che esse reciprocamente realizzano?

La geometria frattale configura un nuovo campo metaforico e teorico, la cui valenza creativa e cognitiva è sempre più avvertita ed inglobata da artisti di tutto il mondo. I rigidi confini che tradizionalmente hanno caratterizzato il rapporto tra arte e scienza, stanno via via crollando. L’interdisciplinarietà è estremamente aperta; non ha limiti, non ha confini, è infinita come la geometria frattale…

…certamente la ritrosia, i dubbi, l’isolamento non devono scoraggiarci…


L’intervista integrale è pubblicata sulla rivista: “VIATICO” Bimestrale d’arte e cultura contemporanea . Anno X - n° 40 - Settembre/Ottobre 2006.


HAEBEL (pseudonimo di Antonio D’Anna) è un artista napoletano trapiantato agli inizi degli anni “80 a Roma, dove ora opera con studio ad Ostia Lido. Haebel ha svolto una lunghissima attività artistica condotta sempre nel segno della sperimentazione e caratterizzata dal gusto per la raffinatezza delle tecniche espressive. Intorno alla metà degli anni “80, sulla scorta di un suo interesse per la Computer grafica, si è accostato all’arte frattale contattando prima lo stesso Mandelbrot e poi entrando in relazione attraverso il critico Pierre Restany con i primi artisti frattalisti francesi e tedeschi e attraverso questi con tutto il contesto del frattalismo internazionale. Ciò lo ha portato, tra l’altro, a redigere una monumentale e preziosa documentazione sull’arte frattale che è stata in parte presentata per la prima volta a corredo della mostra personale di Haebel , da me curata , al “Poiein”. La poetica di Haebel è indirizzata sostanzialmente ad indagare e visualizzare le leggi che regolano la geometria frattale con i mezzi e la libertà propri dell’arte. Il suo modo di operare risulta estremamente affascinante proprio nel ricondurre ad una entità linguistica tanto l’apporto del computer che quello delle tecniche pittoriche più preziose. Egli parte dalla composizione al computer di un elemento frattale minimale e lo fa poi iterare secondo un programma non predeterminato attraverso un apposito algoritmo. Il tracciato frattale che viene evidenziato nel video, e che possiede le proprietà dell’invarianza di scala e dell’autosomiglianza, costituisce il nucleo della futura opera pittorica. Egli, infatti, estrapola da questo contesto un solo momento della iterazione e lo traduce in opera pittorica originale dilatata nei suoi significati e nei suoi valori estetici dalle particolari scelte cromatiche e compositive. In genere egli è interessato particolarmente agli attrattori strani, ai momenti nei quali il processo caotico fa deviare l’iterazione dimostrando in ciò il limite più evidente della geometria euclidea.

Domenico Natale

Estratto da : Concetto frattale e arte - “Arte Napoletana nei Secoli”- a cura di Rosario Pinto - Euroedit - Napoli 1995.



Finalmente l'attesissimo catalogo ragionato, l'estetica del frattale, a cura di Haebel.
In cui ci sono interventi interessanti di artisti e critici internazionali .

Feedback positive - 100 x 100 cm, tempera su tela, 2014





archivioarb.





















lunedì 11 giugno 2018

Catalogo 2018 - Raimondo Bonamici.


Raimondo Bonamici 2017

Catalogo 2018 pubblicato in italiano,
101 pagine illustrate mettono in luce la ricerca artistica dal 1988 al 2018,
con scritti di artisti e critici vicini a Raimondo Bonamici.









archivioarb



sabato 10 febbraio 2018

JANNIS KOUNELLIS




UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO

Dal 20 febbraio 2018

SENZA TITOLO 2005

JANNIS KOUNELLIS IN STATALE

Sarà esposta al pubblico nella sede centrale della Statale l’imponente opera di Jannis Kounellis, uno dei maggiori artisti del Novecento
e tra i massimi rappresentanti dell’Arte Povera.
L’opera è stata concessa in comodato gratuito
all’Ateneo dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Inaugurazione: lunedì 19 febbraio ore 17.30
La Fondazione Arnaldo Pomodoro e l’Università degli Studi di Milano si fanno promotori dell’iniziativa Jannis Kounellis in Statale, a un anno dalla scomparsa dell’artista.

Dal 20 febbraio, la sede centrale dell’Ateneo (settore didattico di via Festa del Perdono 3) ospiterà l’opera Senza titolo (2005) di Jannis Kounellis (1936-2017), concessa in comodato gratuito alla Statale dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro, che nel 2006 invitò l’artista ad allestire nel proprio spazio espositivo di Via Solari 35 a Milano, la grande mostra intitolata “Atto unico”, curata da Bruno Corà.

Senza titolo si presenta come una lunga putrella di ferro, montata in verticale, che occupa in altezza tutto lo spazio, dal pavimento al soffitto. Sulla sua sommità è adagiata una grande risma di fogli da disegno, che piegandosi naturalmente verso il basso formano una sorta di capitello.
Il ferro, come materiale grezzo e industriale e la struttura della putrella, come elemento che evoca la costruttività, ricorrono spesso nel lavoro di Kounellis, mentre i fogli da disegno rimandano all’attività tradizionale dell’artista.
Realizzata appositamente per gli spazi della prima sede della Fondazione Pomodoro e alta 540 cm, l’opera si inserisce perfettamente nell’architettura del nuovo spazio che la ospiterà in Statale, progettato da Piero Portaluppi nei primi anni Cinquanta. L'opera di Kounellis si aggiunge alle importanti testimonianze di arte del Novecento (da Wildt a Fontana) già presenti nella sede centrale dell'Università e va ad arricchire la collezione permanente d'arte contemporanea avviata negli ultimi anni grazie al progetto La Statale Arte, che comprende già i lavori di Nanda Vigo, Mikhail Ohanjanian e Paolo Icaro – il cui intervento è attualmente in corso - e che nasce proprio per valorizzare la suggestione del colloquio tra la monumentalità dell’architettura della Ca’ Granda e le interpretazioni del presente, favorendo la più ampia diffusione dell’esperienza artistica.
Questa iniziativa rappresenta una tappa fondamentale dell’attività della Fondazione Arnaldo Pomodoro, nell’ottica di far conoscere la propria collezione al di fuori degli spazi museali e dei luoghi solitamente adibiti a esposizioni d’arte, per rendere patrimonio di tutti l’arte contemporanea.

L’inaugurazione si terrà lunedì 19 febbraio, ore 17.30, alla presenza di Gianluca Vago, rettore dell’Università degli Studi di Milano, di Filippo Del Corno, assessore alla Cultura del Comune di Milano e di Carlotta Montebello, segretario generale della Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Seguirà, in Aula Magna, la proiezione del film Atto unico di Jannis Kounellis, girato da Ermanno Olmi durante l’allestimento della mostra del 2006. Al termine interverranno Arnaldo Pomodoro e i professori Raffaele De Berti e Giorgio Zanchetti.





JANNIS KOUNELLIS IN STATALE

Inaugurazione : lunedì 19 febbraio 2018 ore 17.30

Università Statale di Milano
Ritrovo nell’ Atrio dell’Aula Magna
Via Festa del Perdono 7
Esposizione permanente
Dal 20 febbraio
Università Statale di Milano
Settore didattico (atrio aula 113)
Via Festa del Perdono 3
Orario: dal lunedì al venerdì 9-19
Ingresso libero

Ufficio stampa Fondazione Arnaldo Pomodoro









mercoledì 27 dicembre 2017

Fino al 7 gennaio Kounellis "Impronte" nelle sale di Palazzo Poli Roma




L’Istituto Centrale per la Grafica presenta nelle sale di Palazzo Poli Roma, la mostra KOUNELLIS IMPRONTE dedicata all’opera grafica del Maestro recentemente scomparso. L’artista, protagonista indiscusso di un’arte che ha rivoluzionato il linguaggio pittorico a partire dagli anni Sessanta, aveva personalmente scelto le opere da esporre e si accingeva a seguirne l’allestimento quando è venuto a mancare il 16 febbraio scorso. Sulla base delle scelte stilistiche esercitate dal Maestro e per sua espressa volontà, l’Istituto, in accordo con l’Archivio Kounellis, espone nella mostra a cura di Antonella Renzitti, l’ultimo lavoro grafico realizzato nel 2014 con la Stamperia d’Arte di Corrado e Gianluca Albicocco di Udine e due cicli di opere, The Gospel according to Thomas del 2000 e Opus I del 2005, entrambi realizzati a Jaffa con la stamperia israeliana Har-El Printers & Publisher. Il libro d’artista The Gospel according to Thomas con le dodici terragraph costituisce una rivisitazione dell’artista del rapporto tra l’arte contemporanea e il Sacro e “mostra un disegno di aspra elementarità ma di forza arcaica e linguisticamente primaria. Le matrici con la sabbia rossa avevano messo in risalto una serie di segni emblematici e carichi di evocazioni spirituali. Partito dal disegno di un cerchio nella sabbia a simbolizzare la comune matrice spirituale a cui Tommaso e Gesù appartenevano, successivamente lo aveva diviso verticalmente nel mezzo assegnando a ciascuno la metà.Disegno e scrittura, entrambi quasi sillabati, distinguono queste dodici opere dove Kounellis chiama in causa la divisione tra l’anima e il corpo, il rapporto tra uomo e universo, tra pesci e uccelli, alberi della conoscenza e pietre filosofali, costellazioni e oggetti degli uomini: la luce di una lampada a petrolio (da Guernica) e una casa volante come tensione all’ascensione nello spazio libero dello spirito. L’ultima tavola evoca i ventiquattro profeti d’Israele, umani propugnatori della virtù etica e morale” (Bruno Corà). Il lavoro del 2014 è un ciclo di dodici stampe al carborundum (polvere di ferro), di grande formato, con l’impronta del cappotto nero, “saio laico dell’uomo del ‘900”, trovato come di consueto nel mercatino dell’usato, che perde ogni tipo di forma e costituisce una impronta “di memoria, indicazione di umanità”. “Il cappotto è fisicamente lì, non è rappresentato. L’impronta in resina lasciata sulla lastra essiccandosi ha trattenuto la polvere di ferro distribuita sopra.

Si è creata così una superficie ruvida in rilievo che trattiene l’inchiostro e lo trasferisce, per mezzo del torchio, sul foglio di carta da incisione. Riaffiora, a distanza di anni, la suggestione sedimentata delle impronte del suo maestro di Accademia Toti Scialoja che in quegli anni dipingeva, con stracci e stoffe, quadri “come tracce di vita” (Antonella Renzitti). Opus I è un portfolio di 47 fotolitografie, una summa in grafica di quarant’anni di ricerca artistica; la rivendicazione dello spazio della drammaticità dentro l’arte; la cultura mediterranea radicata nel mito e nella tragedia che s’incarnano nella storia; le carboniere e il loro contenuto; il tema del viaggio, fatidico rimando a quello di Odisseo «non una crociera nel Mediterraneo, ma un viaggio in verticale, nel profondo, scaturito da una guerra scatenata dal possesso di una donna», affermò Kounellis in un’intervista. Del portfolio si espongono 24 fogli.

La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’Archivio Kounellis e della Stamperia d’arte Albicocco, con il prezioso sostegno di Bruno Corà.

Nel volume, edito da Gli Ori, oltre agli interventi di Federica Galloni e Maria Antonella Fusco sono presenti i saggi di Bruno Corà, Roberto Budassi e Antonella Renzitti e la testimonianza di Gianluca Albicocco. L’edizione è stata resa possibile grazie al sostegno della Direzione Generale per l’Arte, l’Architettura Contemporanee e le Periferie Urbane del MiBACT, diretta da Federica Galloni.

 Jannis-Kounellis-Senza-titolo-2014-carborundum-allestimento-Istituto-centrale-per-la-grafica-Palazzo-Poli-Riproduzione-fotografica-Stefano-Tubaro.

Jannis-Kounellis-Opus-I-47-2003-2005-fotoserigrafia-Foto-originale-Magdalena-Martinez-Franco-Riproduzione-fotografica-Antonio-Idini.






Via Poli,54
Roma
Tel. 0669980242
www.grafica.arti.beniculturali.it








giovedì 10 agosto 2017

HANS HARTUNG - PERUGIA.


 
 
PERUGIA

GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA

DAL 24 SETTEMBRE 2017 AL 7 GENNAIO 2018

 LA MOSTRA

HANS HARTUNG

POLITTICI


La rassegna presenta 16 opere di grandi dimensioni articolate in scomparti – come i polittici della Galleria Nazionale dell’Umbria – definiti Polyptiques dall’artista stesso e accompagnate da 40 lavori su carta

Dal 24 settembre 2017 al 7 gennaio 2018, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia ospita una mostra che celebra HANS HARTUNG (Lipsia, 1904 - Antibes, 1989), una delle figure di spicco dell’astrattismo europeo del Novecento.

La rassegna, curata da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, organizzata in collaborazione con la Fondation Hartung-Bergman di Antibes, presenta 40 lavori su carta e 16 dipinti di grandi dimensioni, realizzati tra 1961 e 1988 (sei dei quali mai esposti prima) e a Perugia mostrati per la prima volta tutti assieme come serie.


Hans Hartung, Senza titolo, 1975, acrilico su cartone, 39.2 x 119 cm,
Collezione Fondazione Hartung-Bergman

 
 
Hans Hartung, Senza titolo, 1975, acrilico su cartone, 39.2 x 119 cm,
Collezione Fondazione Hartung-Bergman
 
 

    Hans Hartung, T1983-E14-E15-E16-E17-E18-E19 HEXAPTYQUE, 1983,
 acrilico su tela, 150 x 210 cm, Collezione Fondazione Hartung-Bergman



HANS HARTUNG. Polittici
Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria (corso Pietro Vannucci, 19)
24 settembre 2017 – 7 gennaio 2018

Informazioni: Tel. 075.58668415
Orari: da martedì a domenica, 8.30-19.30; lunedì 12.00-19.30
Biglietti (Galleria Nazionale dell’Umbria + mostra): Intero, € 8,00; ridotto, € 4,00.






 

giovedì 1 giugno 2017

VINCENZO AGNETTI - A cent’anni da adesso, MILANO, PALAZZO REALE


VINCENZO AGNETTI
A cent’anni da adesso

MILANO, PALAZZO REALE

4 LUGLIO – 24 SETTEMBRE 2017


Mostra antologica curata da Marco Meneguzzo con l’Archivio Agnetti, che racconta la vicenda creativa di uno dei maggiori esponenti dell’arte concettuale degli anni Settanta.
Dal 4 luglio al 24 settembre 2017, Palazzo Reale di Milano ospiterà la rassegna antologica dedicata a Vincenzo Agnetti (1926 – 1981), l’artista concettuale italiano che ha trasformato la parola in immagini iconiche e l’immagine in poesia.
La mostra A cent’anni da adesso, promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Archivio Agnetti, curata da Marco Meneguzzo insieme all’Archivio Agnetti, ci invita, attraverso un’analisi critica e “sentimentale”, a riscoprire l’universo artistico di Vincenzo Agnetti cogliendone l’originalità, il rigore critico, la poetica e la straordinaria contemporaneità.
Sono esposte più di cento opere, realizzate tra il 1967 e il 1981, che nel loro insieme restituiscono un’immagine chiara del percorso dell’artista: la sua tensione poetica e visionaria, lo spiccato interesse per l’analisi dei processi creativi e per l’arte come statuto, il suo ruolo di investigatore linguistico e di sovvertitore dei meccanismi del potere, inclusi quelli della parola scritta, detta, tradotta in immagini limpide ed evocative, perché per Agnetti tutto è linguaggio: “Immagini e parole fanno parte di un unico pensiero. A volte la pausa, la punteggiatura è realizzata dalle immagini a volte invece è la scrittura stessa”
La parola in tutte le sue opere non si limita dunque ai rapporti semiologici, come spesso accade nell’arte concettuale di quegli anni, piuttosto realizza immagini, suggerisce indagini, costruisce narrazioni. Agnetti utilizza il paradosso visivo e concettuale per creare cortocircuiti interpretativi pronti per essere elaborati e rivisitati dall’osservatore, affidando al pensiero di chi guarda lo sviluppo e il senso di quanto ha scritto e immaginato. Per lui è sempre stato importante che il visitatore continuasse a vedere la mostra, con gli occhi della mente, anche dopo essere uscito dalla galleria.
“Con questo appuntamento riscopriremo uno dei più grandi artisti concettuali – afferma Marco Meneguzzo - Il suo concettualismo è diverso da quello anglosassone, americano, e anche da quello europeo; quello di Vincenzo Agnetti ha un risvolto metafisico e letterario, pieno della nostra cultura, vorrei dire mediterraneo, se oggi questo aggettivo non apparisse riduttivo”.
La parabola artistica di Agnetti è stata breve, muore a soli 54 anni nel 1981, ma così intensa e tumultuosa da rendere difficile tenerne le tracce in maniera compiuta. Per questo, forse, è in realtà ancora poco conosciuto e quindi da riscoprire nella sua poliedrica complessità; la mostra A cent’anni da adesso va in questa direzione.
L’esposizione ripercorre il sentiero mentale di Agnetti, non sempre affidandosi alla cronologia ma privilegiando il filo logico del discorso artistico che impone associazioni e salti tra periodi diversi per condurre il visitatore tra le pieghe del processo creativo.
In mostra non potevano mancare i lavori più noti:

 -Quando mi vidi non c’ero il suo Autoritratto: feltro grigio inciso a fuoco e colorato in compagnia di altri feltri, Ritratti e Paesaggi.

-Gli Assiomi: bacheliti nere incise con colore a nitro bianco che, attraverso paradossi, tautologie, illuminanti sintesi di pensiero, sono il contrappunto analitico della sua produzione.

-Il Libro dimenticato a Memoria, l’opera che maggiormente sintetizza la sua ricerca sulla memoria e la dimenticanza.
-La Macchina Drogata, la calcolatrice Divisumma 14 della Olivetti i cui numeri sono stati sostituiti con altrettante lettere dell’alfabeto, facendo seguire ad ogni consonante una vocale in modo che tutte le parole ottenute casualmente dalle operazioni, anche se prive di senso logico, fossero comunque supporto di intonazione, Da semplice calcolatrice incapacitata a svolgere la sua funzione diventa produttrice di opere d’arte dal forte impatto pittorico e iconico. E accanto alla macchina drogata troviamo infatti una parte della sua produzione: semiosi, comete, dissolvenze e la bellissima istallazione dell’Apocalisse.
Tra i lavori esposti si potrà ammirare la stanza dedicata all’Amleto Politico: 60 bandiere di tutte le nazioni del mondo che contornano il palco da cui l’Amleto di Agnetti arringa la folla, il monologo di questo Amleto Politico recitato dalla straordinaria voce di Agnetti che riesce a far parlare i numeri come fossero un discorso, perché l’Amleto Politico, come la macchina drogata e altre sue opere, è un’operazione di teatro statico.
Trovano posto molti dei suoi lavori più significativi fatti utilizzando la fotografia: alcuni più noti come l’Autotelefonata, Tutta la Storia dell’Arte in questi tre lavori, l’Età media di A, altri meno noti quali Architettura tradotta per tutti i popoli e altri quasi mai visti come Riserva di caccia.
Sull’uso della fotografia sono esposte opere frutto di procedimenti alterati e interrotti che esplicitamente alludono al rapporto mezzo-messaggio. Le Photo-graffie, carte fotografiche esposte alla luce e graffiate a raffigurare i paesaggi della mente occupano un posto particolare: sono tra gli ultimi lavori e tra essi troviamo Le Stagioni, accompagnate dalla poesia I dicitori, che inaugura un nuovo corso di Agnetti, più lirico e poetico.
Non poteva mancare una stanza dedicata all’istallazione 4 titoli surplace: quattro grandi sculture i cui titoli sono rappresentati da fotografie che sono quattro scatti di momenti della sua performance La lettera perduta. Una di queste è stata scelta come immagine della mostra.

Molti sono i lavori importanti che non riusciamo a citare tra questi le opere che rimandano alla sua ricerca sul tempo, una per tutte XIV-XX secolo, quattro affreschi del quattordicesimo secolo su cui Agnetti è intervenuto con scritte lapidarie.
Infine citiamo il sodalizio con alcuni grandi artisti per i quali ha scritto e con i quali ha collaborato tra cui Manzoni, Castellani, Melotti, Claudio Parmiggiani, Gianni Colombo e Paolo Scheggi con cui ha firmato il Trono, lavoro a quattro mani di grande forza visiva e concettuale che sarà esposto proprio a Palazzo Reale per la prima volta dopo quasi 50 anni dalla sua prima esposizione a Roma.

Vincenzo Agnetti nasce a Milano il 14 settembre del 1926, si diploma all’Accademia di Brera e prosegue gli studi alla Scuola del Piccolo Teatro. Dall’età di 20 anni scrive poesie e si sperimenta nel campo della pittura informale che presto abbandona disperdendone le tracce.

Dalla fine degli anni ’50 agli inizi degli anni ’60 la frequentazione di pochi amici tra cui Castellani e Manzoni gli permette di condividere ideali, progetti e aspirazioni artistiche. Nel 1959 pubblica per la rivista Azimuth i suoi primi “scritti proposizionali”, Non commettere atti impuri, la prefazione alle Tavole di Accertamento e l’Intervento per la Linea di Piero Manzoni. Nel 1962 inizia il suo periodo sudamericano dove lavora nel campo dell’automazione elettronica. E’ il periodo che egli definisce liquidazionismo arte no e di cui sono testimonianza i suoi quaderni di appunti dal titolo l’Assenza. Nel 1967 ritorna in Italia, continua la ricerca nel campo della critica dell’arte con alcuni scritti per amici artisti come Castellani e Melotti e con brevi saggi teorici sia pubblicati su riviste che recitati in monologhi. Sempre nel 1967 da inizio alla sua produzione artistica che si svilupperà con una intensità e una ricchezza che solo la premonizione di una fine prematura poteva spiegare. La produzione di opere si sussegue a un ritmo vorticoso che non impedisce ad Agnetti di spiegarne il senso con riferimenti precisi alla struttura e alla sua genesi.

Nel 1968 inaugura con il romanzo Obsoleto la collana Denarratori di Scheiwiller, con la copertina di Enrico Castellani e pubblica un’autoedizione della Tesi, che vedrà le stampe solo nel 1970.

Intanto Agnetti riparte per lavoro, prima in Norvegia e poi in Qatar, esperienze brevi ma che alimentano la sua attività artistica. L’avvicendarsi di mostre e di sue presenze nelle rassegne internazionali lo spingono a cimentarsi con tipologie di lavoro che utilizzano estetiche differenti pur continuando uno stesso discorso. Dal ‘73 apre uno studio anche a New York, dove vivrà in modo intermittente, iniziando quel pendolarismo Milano-Grande Mela che sarà un motore di ispirazione importante della sua attività. Il 1 settembre 1981 muore improvvisamente a Milano lasciando un’opera incompiuta Il Lucernario e alcuni versi, scritti poco prima a New York, che terminavano così: Prima della breve sera / torneremo alle armi / Saremo in Terra in Sole in Aria. / Poi col suonatore di fiori. Forse.

L’ingresso alla mostra è libero. Il percorso espositivo inizia al piano terra di Palazzo Reale con un bookshop - sala di lettura aperto ai visitatori della mostra ‘VINCENZO AGNETTI. A cent’anni da adesso’ e ‘Giancarlo Vitali. Time Out’.



 
 Vincenzo Agnetti, Autotelefonata (yes), 1972 (40 x 126 cm)
Courtesy Collezione Emilio e Luisa Marinoni

 
 

Vincenzo Agnetti, Assioma,
 La luce era la più lenta perchè anche il vuoto riusciva a frenarla, 1971 (80 x 80 cm).
 Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

 
 
Vincenzo Agnetti, Autoritratto, 1971 (120 x 80 cm).
 Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti
 

 
 
 Vincenzo Agnetti, Progetto per un Amleto politico, 1973 (Mart).
 Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti. Foto di Salvatore Licitra

 

 Vincenzo Agnetti, Surplace, 1979.
Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti
 
 
  
 Vincenzo Agnetti, Ritratto di amante, 1971 (80 x 120 cm).
Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

 
 

Vincenzo Agnetti, Assioma,
The word stripped of ambiguity of language becomes a universal tool,
1971 (70 x 70 cm). Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti
 



 Milano, maggio 2017

VINCENZO AGNETTI. A cent’anni da adesso

Milano, Palazzo Reale

4 luglio – 24 settembre 20

Ingresso gratuito

Orari:

lunedì: 14.30-19.30
martedì, mercoledì, venerdì e domenica: 9.30-19.30
giovedì e sabato: 9.30-22.30
(ultimo ingresso un’ora prima della chiusura)


Siti internet:

www.palazzorealemilano.it
www.vincenzoagnetti.com